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Džeko eterno: il "Cigno di Sarajevo" sfida il tempo e l’Italia nell’ultima corsa al Mondiale

C’è un signore di 40 anni che continua a brillare con i suoi gol e la sua classe. Edin Džeko, il “Cigno di Sarajevo”, non smette di stupire: lo fa come se fosse un giovane affamato di successi, con la voglia di crescere e di dominare ogni partita. Eppure, di partite ne ha già disputate più di mille, e in ognuna ha lasciato un’impronta indelebile. Non c’è stato difensore che, almeno una volta, non abbia dovuto confrontarsi con la sua eleganza, la sua forza e quella qualità tecnica che lo rende unico al mondo.

In Italia lo conosciamo fin troppo bene. Le sue stagioni con la Roma e con l’Inter hanno lasciato tracce profonde, fatte di gol pesanti e serate che ancora abitano la memoria dei tifosi (ben otto anni nel nostro Paese). Anche il passaggio alla Fiorentina, più fugace, rientra in un percorso che lo ha legato indissolubilmente al nostro calcio. Non è un caso se lui stesso continua a ripeterlo: “L’Italia è una seconda casa”. 

Eppure, questa sera, ricordi e sentimenti dovranno farsi da parte. Perché Bosnia-Italia non è una partita qualsiasi: è un crocevia, un bivio che conduce al Mondiale. Un traguardo che entrambe inseguono con urgenza, e che manca dal 2014.

Numeri da urlo

E in mezzo a tutto questo c’è ancora lui, Džeko. Non un simbolo del passato, ma un protagonista del presente. Dopo una parentesi opaca a inizio 2026, ha scelto di tornare dove tutto era cominciato, in Germania, accettando la sfida con lo Schalke 04. Una scelta romantica, quasi controcorrente, che però ha riacceso qualcosa. Non solo in lui, ma in un’intera città.

A Gelsenkirchen si respira di nuovo calcio vero. Lo Schalke guida la 2. Bundesliga e sogna il ritorno tra i grandi, trascinato proprio dall’esperienza e dalla classe del suo numero dieci. I numeri parlano chiaro: 6 gol e 3 assist in 8 presenze. Ma ridurre Džeko alle statistiche sarebbe un errore. Perché il suo impatto va oltre: è nei duelli aerei vinti, nei palloni recuperati, nei passaggi chiave.

È, in una parola, dominio.

E non è una novità. La carriera di Džeko è una lunga sequenza di traguardi: capocannoniere in Germania con il Wolfsburg, in Italia con la maglia della Roma, protagonista in Inghilterra con il Manchester City, leader ovunque abbia giocato. In un calcio sempre più veloce e consumistico, lui è rimasto fedele a se stesso, costruendo una longevità che oggi lo colloca tra i grandi di sempre.

La partita dei sentimenti

Non sorprende, allora, che sia stato ancora lui a trascinare la Bosnia oltre l’ostacolo Galles, con un colpo di testa che è insieme gesto tecnico e dichiarazione di intenti. Quando conta davvero, Džeko c’è. E adesso resta l’ultimo sogno, forse il più grande: un Mondiale da protagonista, l’ultima danza prima che il sipario si chiuda.

Dall’altra parte, però, c’è un’Italia che non può più sbagliare, guidata dall'"amico" Gattuso e chiamata a difendere il proprio orgoglio.

Sarà anche la partita dei sentimenti, inevitabilmente. Perché se da un lato gli Azzurri rappresentano una seconda casa per Džeko, dall’altro la maglia della Bosnia è la sua pelle. E in novanta minuti - o forse qualcosa in più - tutto questo dovrà essere messo da parte.

Resta solo una speranza, per chi guarda con occhi italiani: che il “Cigno di Sarajevo” scelga proprio questa sera per non spiegare le ali. Ma conoscendo la sua storia, il suo istinto, la sua eterna fame, è difficile crederci davvero.

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