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Beccalossi, il genio che trasformò il calcio in arte e fece innamorare San Siro

"Evaristo, Evaristo, non lo ferma neanche Cristo". Basta questo coro per capire quanto Evaristo Beccalossi sia stato amato dal popolo interista. Più di un calciatore, un simbolo. Più di un numero dieci, un artista del pallone. Uno di quelli che facevano alzare la gente dal seggiolino solo per un controllo, un tunnel, una traiettoria disegnata con il suo piede sinistro, il suo vellutato piede mancino.

Un eroe d'altri tempi che l'Inter, non a caso, ha voluto ricordare non per i suoi gol o i titoli vinti in nerazzurro, ma per le emozioni che era in grado di trasmettere con un pallone tra i piedi: "Ci hai insegnato che il calcio può essere arte". In queste poche parole c’è tutto Beccalossi: talento puro, fantasia, istinto, imprevedibilità.

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Un giocatore lontano dagli schemi moderni, libero in campo e spesso anche fuori. Il classico fantasista capace di accendere una partita con una giocata impossibile o di sparire per lunghi tratti, salvo poi riapparire con un lampo.

Beck l'anarchico

Arrivato dal Brescia, legò il suo nome ai nerazzurri tra il 1978 e il 1984, diventando uno dei volti più iconici di quell’epoca. Con l’Inter vinse lo scudetto del 1980 e una Coppa Italia, ma soprattutto conquistò il cuore dei tifosi per il modo in cui interpretava il calcio: con eleganza, ironia e un pizzico di anarchia.

L’avvocato Peppino Prisco, uno che di Inter e personaggi se ne intendeva, lo descrisse meglio di chiunque altro: "Lui non giocava con il pallone, era il pallone che giocava con lui. Lui non lo calciava, l’accarezzava riempiendolo di coccole".

Il “Beck”, come tutti lo chiamavano, ha lasciato immagini indelebili. La doppietta nel derby contro il Milan sotto il diluvio di San Siro, nella stagione dello scudetto, resta una delle sue notti più leggendarie. Ma nel mito di Beccalossi c’è spazio anche per l’imperfezione, perché i campioni popolari non sono mai statue di marmo.

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E così, entrò nella memoria collettiva anche per i due rigori sbagliati contro lo Slovan Bratislava in Coppa delle Coppe, il 15 settembre 1982. In pochi minuti fallì due volte dal dischetto (poi l'Inter vinse comunque 2-0). Un episodio che alimentò racconti, ironie e persino un celebre monologo di Paolo Rossi, noto tifoso interista, che si concludeva così: "Per me resta sempre un uomo. Un po' sfigato ma pur sempre un uomo". Perché anche e soprattutto quello, in fondo, era Beccalossi: genio e fragilità, applausi e inciampi.

L'unico vero rimpianto

Il suo unico vero rimpianto resta la maglia azzurra. La sua anarchia tattica gli costò, infatti, il titolo di campione del mondo. E già, perché nel 1982 il Beck era, senza dubbio, uno dei migliori calciatori italiani in circolazione.

Enzo Bearzot, però, non lo prese mai in considerazione per la sua Nazionale né prima né dopo il trionfo di Madrid. Una presa di posizione inflessibile che continuò a far discutere negli anni nonostante l'Italia il Mondiale spagnolo lo avesse vinto. Tuttavia, quello "zero" alla voce "presenze in nazionale" non ha mai smesso di bruciargli dentro.

Dopo l’Inter, Beccalossi vestì anche le maglie di Sampdoria, Monza e poi di nuovo Brescia, prima di chiudere nelle categorie minori con la maglia di Alessandria e Barletta. Ma certi giocatori, in realtà, non smettono mai davvero. Restano nei racconti, nei cori, nei ricordi di chi li ha visti accarezzare il pallone con i piedi. Ed Evaristo Beccalossi era uno di quelli.

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