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Crystal Palace nella storia: Mateta piega il Rayo e regala alle Eagles la Conference League

A Lipsia non c’era soltanto un trofeo in palio. C’era una prima volta. La prima coppa europea della storia del Crystal Palace o del Rayo Vallecano, due club cresciuti lontano dai riflettori delle grandi aristocrazie continentali e arrivati fino all’ultimo atto della Conference League con percorsi diversi ma accomunati dalla stessa fame. Nella città tedesca si respirava quell’atmosfera particolare delle notti che possono cambiare la percezione di una società, di una tifoseria, forse perfino di un’intera generazione di calciatori.

Per il calcio inglese, poi, la sfida aveva anche un valore simbolico enorme. Dopo il trionfo dell’Aston Villa in Europa League e con l’Arsenal atteso sabato dalla finale di Champions, il Crystal Palace aveva l’occasione di avvicinare la Premier League a uno storico en plein europeo. Dall’altra parte, però, il Rayo Vallecano si presentava con lo spirito delle squadre che non sentono il peso della storia perché stanno ancora scrivendo la propria.

A un passo dal gol

A partire meglio, nella spledida cornice della Red Bull Arena, è il Palace, che prova a occupare l’area con Mateta e la velocità di Sarr. Dopo appena quattro minuti il centravanti francese lavora un buon pallone spalle alla porta e cerca il taglio del compagno, ma Lejeune legge tutto in anticipo e salva il Rayo. La squadra di Glasner insiste soprattutto sulle verticalizzazioni di Wharton, il più lucido nel cucire il gioco inglese tra centrocampo e trequarti. Proprio da una sua imbucata nasce, al 9’, un’altra situazione interessante per Pino, chiuso però dalla retroguardia spagnola prima della conclusione.

Il Rayo, superata la pressione iniziale, prende progressivamente campo. Garcia affonda con continuità sulla corsia sinistra e al 16’ prova a premiare il movimento di De Frutos in area, ma il passaggio è leggermente lungo e l’azione sfuma. Gli spagnoli danno comunque la sensazione di poter colpire soprattutto quando riescono ad allargare il gioco, anche se la gestione del pallone in uscita resta problematica. Ciss sbaglia due volte in pochi minuti e al 20’ paga il secondo errore con un fallo netto su Pino che gli costa il primo cartellino della finale. Poco dopo arriva anche l’ammonizione per Palazon, segnale di un Rayo costretto spesso a rincorrere.

La partita, però, resta apertissima. Al 25’ la compagine di Vallecas costruisce la sua migliore occasione del primo tempo: De Frutos scappa sulla destra e mette dentro un cross teso sul quale Riad manca completamente l’intervento. Alle sue spalle arriva Alemao che, coordinandosi al volo di sinistro, sfiora il palo con Henderson immobile. È il momento migliore degli uomini di Iñigo Pérez, i quali aumentano la pressione e tornano a rendersi pericolosi poco dopo con Unai Lopez: Garcia lavora ancora bene il pallone sul lato corto dell’area e serve il centrocampista in corsa, ma il destro finisce largo di poco.

Nel finale, invece, è il Palace a spingere con maggiore convinzione. E proprio mentre il primo tempo sembra avviarsi verso un equilibrio prudente, arriva l’occasione che lo avrebbe potuto spezzare: Wharton disegna un cross perfetto sul secondo palo, Mitchell sbuca alle spalle di tutti, libero, solo, con il tempo di scegliere. Sceglie male. Il colpo di testa finisce fuori, un errore che pesa più del pallone stesso e che congela lo 0-0 al duplice fischio, lasciando il Palace con una sensazione di incompiuto.

Eagles nella storia

L’intervallo non cambia l’atmosfera: la amplifica. Il Palace rientra in campo come se quell’occasione mancata gli bruciasse ancora addosso, con un’intensità più affilata, più urgente. Mitchell, il protagonista sfortunato del 45’, è il primo a dare un segnale: al 47’ pennella un cross perfetto per Mateta, ma Lejeune gli si infila davanti con un anticipo che vale quanto un gol. 

Un segnale chiaro: il Rayo è vivo e attento, ma il Palace ha deciso che la partita non può più scivolare via.

E infatti il gol arriva poco dopo, e quando arriva sembra quasi naturale. Wharton calcia dal limite, Batalla respinge come può e Mateta - lo stesso scartato dal Milan a gennaio per un ginocchio che non convinceva - è lì dove deve essere. Tap-in, rete, esplosione. Non c’è retorica, non c’è dramma: c’è solo un centravanti che sente l’odore del sangue e ci si tuffa.

Il Rayo barcolla, e proprio mentre prova a rimettere ordine succede qualcosa che sfida la logica. Punizione di Pino: palo interno. La palla danza sulla linea, colpisce il secondo palo, resta viva. Ratiu, nel tentativo disperato di anticipare Mateta, la spinge ancora sul legno. Triplo palo. 

Le Eagles sentono l’odore del 2-0, lo sfiorano ancora con Mateta al 57’, ma Batalla gli si getta addosso in uscita disperata. La formazione spagnola, intanto, prova a rimettere insieme i pezzi con i cambi: Mendy e Díaz, poi Camello ed Espino. Cambia l’energia, non cambia la sostanza. Garcia continua a spingere, ma al 68’ arriva sul fondo senza trovare nessuno. È un Rayo che ci prova, ma che non riesce più a far male.

Il Palace, invece, non ha più bisogno di accelerare. Gestisce, respira, soffre quando serve. Mariani tiene la partita in mano con calma, senza mai diventare protagonista. E mentre il cronometro scivola oltre il settantesimo, la sensazione è che la finale abbia già scelto la sua strada.

Una strada che porta verso Londra. E verso la storia.

Gli ultimi minuti sono una lezione di gestione: linee corte, ritmi spezzettati, nessuna frenesia. La squadra di Glasner - il maestro che aveva già portato l’Eintracht sul tetto dell’Europa League - si regala un altro finale perfetto nella sua ultima notte sulla panchina del Palace. Un addio annunciato, quasi scritto nelle stelle, che diventa improvvisamente romantico: lascia un club che non aveva mai vinto nulla in Europa con una coppa in mano.

E così, nella notte di Lipsia, le Eagles alzano il loro primo trofeo continentale. Non un titolo qualsiasi: il titolo che cambia la storia del club londinese.

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